Startup Italiane – tutti i numeri dietro al grande carrozzone patinato

Multiethnic People with Startup Business Talking in a Cafe
Senza volerlo, sono almeno 3 anni che mi imbatto in gente parcheggiata all’interno di colorati uffici temporanei a giocarsi parte della futura eredità/TFR dei genitori, per il gusto di scrivere “CEO & Founder” nel campo “Job Title” di LinkedIn. E sul biglietto da visita da ostentare agli aperitivi in zona Tortona.

Ho visto persone elevate al grado di Mentor dopo aver avviato una web agency con 3 persone, fatto un po’ di volontariato e tenuto 2 seminari su WordPress.

Ho poi visto il Governo che si è inventato la S.r.l. semplificata con capitale minimo di 1 Euro. Ma avrei preferito non vederlo proprio.

Mi hanno raccontato di un contest in cui i concorrenti dovevano “rappare” l’idea di business da esporre.

Ci sono stati round di finanziamento che, a conti fatti, una borsa di studio sarebbe stata più generosa. Mi hanno parlato di altri in cui, tolte le 54 clausole e i grant in servizi, i soldi da investire te li avrebbero potuti dare in contanti perché non superavano neanche la soglia per la tracciabilità.

 

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Dal 2013 un giovane ventenne dall’ego smisurato, ciclicamente annuncia al mondo di voler sfidare LinkedIn, con un portale, 4 sponsor e un algoritmo che, in una qualsiasi aula di seconda media, se ne potrerebbero tirar fuori di più complessi durante l’ora di matematica. A seguire frotte di giornalisti, scevri di qualunque capacità di fact checking, pronti ad abboccare.

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Se ci guardiamo indietro, negli ultimi 24-36 mesi, si perde il conto delle iniziative pro startup organizzate, a turno, da banche, multinazionali, Università e Governo.

Sommiamoci poi anche gli articoli trionfalistici sui makers, l’innovazione ed il nuovo rinascimento digitale. E poi c’è stata l’ondata dei “digital champions”. Ma su questo argomento vi consiglio di leggere l’editoriale di Raffaele Barberio, senza anticiparvi nulla.

Tolte pochissime eccezioni, ho da sempre avuto il sospetto che ci trovassimo dentro ad un hype pazzesco.

Justin Timberlake interpreta il mentore investitore di facebook Sean Parker

Justin Timberlake interpreta il mentore investitore di facebook Sean Parker nel film “The Social Network”

L’inizio del carrozzone startup in Italia a mio avviso è coinciso con l’arrivo nei cinema del film “The social network”, a fine 2010.  Un consulente per l’orientamento scolastico mi ha raccontato di come l’uscita di “Top Gun” nel 1986 generò nel nostro Paese un’impennata di iscrizioni agli istituti tecnici aeronautici nei 2 anni seguenti. Il film sulla genesi di facebook ha molto probabilmente avuto lo stesso effetto sugli startupper, perché ha consacrato e reso cool il lavoro dell’imprenditore. A patto che sia giovane e si occupi di digitale

Parole tante. Numeri per valutare il fenomeno, al solito, non se ne vedono troppi nelle interviste e nei comunicati stampa.

Sono quindi andato alla ricerca di qualche dato a conferma della mia ipotesi. Ho consultato il rapporto dell’osservatorio dedicato alle startup sul sito del Registro delle Imprese ed è emerso quanto segue:

  • 2.663 sono le startup che hanno depositato il bilancio 2014
  • 349 milioni di euro il fatturato aggregato generato dalle stesse
  • negativo per 68 Milioni il Reddito Operativo totale
  • 131.000 euro il fatturato medio di ogni startup
  •  il 50% delle startup non arriva a 25mila euro di ricavi
  •  nell’ultimo anno le startup hanno dato lavoro 22mila persone: 16.861 soci e 4.891 dipendenti

Fonte: http://startup.registroimprese.it/report/3_trimestre_2015.pdf

Andando sul concreto concludiamo che:

  1. queste aziende non arrivano a 2 dipendenti ciascuna, in media
  2. una startup su due (quelle sotto i 25k/anno) è riuscita giusto a coprire i costi dell’affitto per la sede, le relative utenze (luce, banda larga, cellulari), pagare il commercialista e forse erogare un rimborso spese per i soci amministratori
  3. l’altra metà delle imprese ha incassato – in media – meno di 400 Euro al giorno: praticamente quanto un piccolo negozio di alimentari in provincia, o un bar tavola calda in zona semicentrale. Senza tabacchi, altrimenti la cifra raddoppia.

Una volta, per scherzare, ho detto che se avessimo sommato il fatturato di tutte le startup italiane sarebbe stato inferiore a quello generato dalle imprese che vendono alle stesse servizi di mentoring, co-working e consulenza su PowerPoint. Purtroppo non era tanto uno scherzo.

Non metto in discussione il fatto che – al netto della fuffa – dietro a questi numeri ci sono anche il sudore e le ambizioni di molti di giovani che se la stanno giocando. Il problema è che tanti sono coloro che, invece, col fenomeno ci stanno giocando.

Parlo di moderni Nanni Moretti che al posto di “faccio cose, vedo gente” esordiscono alle feste con “faccio pitch, vedo angels” e finiscono col mettere in ridicolo il “fare impresa” nella sua vera accezione. L’incredibile visibilità mediatica del nuovo cliché dello “startupparo” finisce per gettare scredito sulle vere teste pensanti della piccola e media imprenditoria italiana che, alle interviste e comparsate TV, preferiscono lavorare in silenzio e non parlare a sproposito.

Nanni Moretti in "Ecce Bombo", film del 1978

Nanni Moretti in “Ecce Bombo”, film del 1978

E ne conosco un po’. Gente che ha ipotecato la propria casa per avere più credito dalle banche; persone che pagano regolarmente 15-20 stipendi al mese, ma che fino a pochi anni fa lavoravano gratis per imparare; ragazzi che non si fermano davanti all’ennesima cartella di Equitalia e che si sparano 20 ore di volo per partecipare ad un corso di formazione. Uomini che hanno venduto la propria la propria azienda per una cifra a sei zeri ma che non hanno mai perso l’umiltà degli esordi.

Perché fare un’App non significa aver creato un’azienda e ancora non volete mettervelo in testa. Perché far firmare un NDA ad amici e parenti prima di parlare del vostro progetto non servirà realmente a proteggervi dalla concorrenza. Perché saper fare le slide con gli effetti speciali e le icone flat non basterà a farvi acquisire da Rocket Internet e andare a fare gli hipster in Germania. E non vi basterà nemmeno aver letto i 4 libri su come Steve Jobs preparava i keynote. E sopratutto, non potete pensare di tirare fuori l’ennesimo portale di food delivery “però specializzato in cucina fusion per vegani” e autoconvincervi sulle revenues da 50M € al 3° anno. Perché sono stronzate.

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E parlo poi dei mangiafuoco come li ha ben definiti Marco Camisani Calzolari nell’intervista rilasciata a EconomyUp lo scorso anno:

“Io vedo la storia di un ragazzo che, come tanti ragazzi, non trova lavoro, è in difficoltà, gli passa davanti il carro di un mangiafuoco che gli offre 25mila euro per la sua idea wow idea e così, come ha fatto il suo compagno di università, non fa più il disoccupato ma si sente imprenditore. Ma fare l’imprenditore è un’altra cosa, non può essere un’attitudine che si inietta per vena. Hai un’idea, fai un pitch, parli, incontri, trovi qualcuno che ti da un po’ di soldi e apri la tua impresa. Non funziona così, tranne che nel teatrino delle startup. Ormai ci sono corsi per imparare come si fa una presentazione e gli investitori, che a loro volta sono sempre in cerca di soldi. [… ] Dopo pochi mesi scopri che i 25mila euro che tanto ti hanno reso felice possono essere sufficienti o anche tanti per vivere ma non ci paghi neanche un dipendente. In generale che cosa succede nella vita del 90% di startupper che falliscono? Si incasinano la vita. Gli resta da pagare l’Inps, arriva Equitalia che ti spara una cartella per una tassa che non ti aspettavi… Rischio imprenditoriale? No, è circonvenzione di incapace!”

Mai come negli ultimi anni la tematica startup è stata sotto ai riflettori dei media, del Governo e delle Università. Google Trends ci offre la “prova del 9” al riguardo.

startup google

Volume di ricerca del termine “start up” in Italia nel periodo 2007-2015.

Nel nostro Paese difficilmente una tematica di natura economica potrebbe avere una visibilità ancora maggiore. Quindi, se nonostante i riflettori puntati, le iniziative assortite e l’interesse da parte del governo, ad oggi i risultati sono questi, occorre fermarsi e fare un passo indietro. Magari anche due.

Prima di giocare alla Silicon Valley con i soldi del Monopoli, forse bisognerebbe capire come non farci scappare le imprese che hanno contribuito al PIL e all’Erario per oltre 50 anni.

Invece di star dietro al valzer dell’IMU prima casa, si pensi magari a come attrarre più investimenti esteri. Pensiamo ai mercati dei capitali e alla nostra nano-Borsa, all’ingessato sistema bancario italiano e ai costi folli di qualsiasi operazione notarile. Parliamo del ridicolo Regime dei minimi per le partite IVA (15k lordi l’anno, è uno scherzo?), degli assurdi studi di settore e della mancata digitalizzazione della PA, per giustificare quei 200-300mila posti di lavoro in più.

Poi, forse, arriveranno anche i gettoni e i round sulle startup. Magari con due zeri in più.

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Comments

32 replies

  1. Buongiorno Alex, condivido ciò che scrivi fino al “fermarsi e fare un passo indietro. Magari anche due”.
    La tua descrizione del fenomeno è spietata ma vera.
    Anche noi, Ldv 2.0, abbiamo fatto questa esperienza.
    Per evitare i danni della bolla mediatica e dei “Lucignolo” bisogna dare una bella sterzata a questa macchina e riportarla in carreggiata, fuori dal mondo delle favole.
    A nostro avviso, bisogna togliere dal posto di guida i cantastorie, ma non spegnere il motore.
    La modernizzazione del nostro sistema industriale richiede sangue nuovo, e l’ecosistema start up può essere un fattore di sviluppo e di trasformazione.
    Anche i fallimenti sono utili. Insegnano a fare meglio. In una logica di ecosistema le foglie morte fanno concime…
    Diamoci da fare e proviamoci!

  2. Complimenti: per la lucidità e per l’assenza di pregiudizi. Una descrizione fluida, oggettiva, chiara.
    Ce ne fossero d’interventi come questi – voci che urlano nel deserto – non per snaturare ma per disilludere, in una società dove l’effimero assurge al sostanzioso, senza averne manco l’apparenza.

    Mi permetto di adottare l’articolo per la Community #adotta1blogger.

  3. Ah quanto fanno comodo quei 25.000 € per fondare una azienda!!!
    Articolo che condivido in toto, come già detto da qualcuno prima di me spietato e tremendamente corrispondente alla realtà!

  4. il tuo articolo mi ha fatto venire in mente il più grande start upper che ho avuto il piacere di conoscere: il mio ex coinquilino egiziano. Arrivato da clandestino, con i soldi risparmiati facendo il macellaio si è comprato una pizzeria d’asporto, con il doppio reddito s’è costruito un attività in egitto, poi è tornato a casa…e senza dover dare retta a dei tipi coi mocassini e i pantaloni colorati !

  5. Tutto condivisibile quanto scritto nell’analisi, tuttavia, credo bisogna anche guardare agli effetti positivi di questa “nuova moda” che ha raggiunto anche l’Italia negli ultimi anni.

    Mi permetto di dire che credo sia meglio che un adolescente aspiri a fare l’imprenditore, piuttosto che il tronista o il calciatore.

    Se si guarda ai numeri poi, questo cambiamento di atteggiamento è confortante rispetto agli effetti che produce all’interno del sistema. Cito un articolo dal Corriere della sera:

    “Sono oltre 5 mila le startup innovative iscritte al Registro delle Imprese che danno lavoro a circa 24 mila persone. Un trend che continua a crescere: erano 30 quelle fondate nel 2009, 173 nel 2010, 981 nel 2013, 1.537 nel 2014 e 1.501 nel 2015.”

    “Interessante il dato delle donne e degli immigrati. La metà delle startup ha almeno una donna nella compagine, mentre il 12% delle giovani società dà lavoro a uno straniero”

    “I settori in cui maggiormente si sperimenta sono software e informatica (1.500 imprese giovani) e ricerca e sviluppo (700). Nel 2014, i giovani innovativi hanno generato 350 milioni di euro. ”

    Sicuramente fare impresa non significa saper fare solo un pitch, ma da qualcosa bisogna pur partire e il pitch è uno strumento importante per presentarsi a chicchessìa.

    Che poi si possa fallire per diversi motivi (molto spesso per incapacità) secondo me sta nell’ordine delle cose

  6. Gran bell’articolo, complimenti Alessandro! Un’analisi lucidissima e che non posso far altro che condividere al 100%. Hai saputo articolare alla grande (e sostenere con dati oggettivi) il pensiero che ho avuto 2 anni fa quando fui abbracciato e poi stritolato dal sistemino farlocco delle startup in Italia. Te lo riporto, perchè è una sintesi perfetta dello straordinario pezzo che hai scritto.
    Ad maiora!

    “Finchè i capitali destinati all’innovazione finiranno in progetti innovativi come un ginocchio con l’ano io mi rifiuto di far parte di questo circoletto di quaquaraquà.”

  7. Tutto sbagliato. L’articolo spara sulla croce rossa.

    Preferite che i giovani (e meno giovani) vadano a lavorare in ufficio per scrivere in Word e Excel cose senza senso? Senza speranza? O in qualche PMI che prima di investire in sviluppo si compra la barchetta.

    Di questi ne vedo ogni giorno a decine da oltre 18 annui. Mi fanno una pena….. pena che si riflette nel PIL degli ultimi 20 anni

    Molto meglio se provano subito a creare qualcosa, inseguire un sogno, vederlo infrangere, rischare…. RISCHARE???? ma rischiare cosa??? Una vita da mediocre?? Pagare l’INPS?? ma quanto voui che paghino su un finanziamento di 25k.

    Anche i membri del parlamento italiano l hanno capito. Fate voi …..

  8. Quindi basta coi giochi dei ragazzetti digitali, torniamo indietro e pensiamo solo all’economia dei piccoli e medi imprenditori, ai settori tradizionali (e pazienza che abbiano raggiunto la soglia di saturazione da tempo), a quelli che lavorano sodo, a chi da lavoro agli altri (un filantropo insomma …), a chi in definitiva ha una testa pensante.
    Posto che vorrei capire come possa la visibilità del business digitale gettare “discredito” sul sistema di imprese “che hanno contribuito al PIL
    e all’Erario per oltre 50 anni” (io penserei al PIL di oggi e di domani, il passato si chiama tale perché è passato), l’analisi del cliché dello “startupparo” è sì lucida e spietata ma estremamente parziale, perché l’hai contrapposto ad un altro cliché trito e ritrito senza sprecarti a sottolinearne gli aspetti critici (come se non ce ne fossero …). Da consulente per alcune delle aziende che tanto difendi penso che se è vero che il fenomeno digitale “da baraccone” ha molti punti deboli è altrettanto vero che il sistema PMI è afflitto da altre problematiche, implose con la crisi degli ultimi anni: pressapochismo, poca organizzazione, scarsa visione, ignoranza in materia di gestione d’impresa e finanza aziendale (parlo di gente che non sa leggere un bilancio e che prende decisioni fondamentali sulla base di “ciò che dice il commercialista”), incapacità di cambiare, autocommiserazione e chi ne ha più ne metta (un elenco piuttosto lungo). Ovviamente non sono tutti così, è solo la parte debole del sistema, quella che si è buttata sull’idea di lavorare in proprio nei tempi buoni senza sapere che per essere imprenditore non è sufficiente saper fare né lavorare come un mulo a testa bassa. Terzisti di terzisti di terzisti e pochi capofila, un’infinita catena di imprese che sì, hanno contribuito al PIL per oltre 50 anni ma adesso sono in difficoltà e non certo per i giochi degli startupper.
    Lo sbaglio (tipicamente italiano, ammantato di conservatorismo e incapacità di guardare oltre) è mettere la questione sul piano della contrapposizione, non è una gara ! Credo sia sciocco voler affossare il tentativo di investire in nuovi settori (di fabbrichette di mobili ne abbiamo a sufficienza) seguendo un modello di business che non è ancora nelle nostre corde. Perché quelli che non lo considerano un gioco forse (dico forse) avranno la possibilità di consolidare il proprio business, facendo il salto da startup a impresa a tutti gli effetti. Ci vogliono molti anni per valutare gli effetti di un nuovo sistema di business e mettere in luce gli aspetti critici dovrebbe servire a ritarare il tiro, non a ritornare ai vecchi schemi, senza nulla togliere al sistema PMI.

  9. Un articolo che, ci deluda o no, è uno spaccato reale di questo ambiente. Fare gli “struzzi” non migliorerà la situazione lavorativa dei “giovani”….ed i loro genitori dopo un po'(leggi, sacrifici) declinano la parola “startup” come una malattia. Ho visto un incubatore Veneto, dare il corrispettivo di 50 k, in food&beverage..a ‘sti tosi…..poi passati i 3 mesi(80% dei casi)….torni nel “garage” di casa tua. Una volta il Sig. G. disse…” dire che il mondo è una cosa poco seria, ma muovercisi dentro, perfettamente a proprio agio….sta la stessa differenza che…avere il senso del comico…ed essere..ridicoli..”
    Bye everyone..

  10. Non sono d’accordo. Il signore paragona la startup all’azienda. Sono cose diverse. Una startup ha un rischio di fallimento altissimo, contrapposto da una potential revenue anch’essa altissima. Per cui, risk evaluation banale, il gioco vale la candela. Io mi perdo un anno e magari ottengo 25 mila euro di prestito, poi, oh, mi andrà male nel 80% dei casi. Pace. Ma ho imparato a mettermi in gioco. È la mentalità diversa secondo me. Imparare a

    1. Massimiliano, quello che dici sul tasso di mortalità delle startup rispetto alle aziende avviate è vero ed accettato come elemento fisiologico di quel genere d’imprenditoria, ma il senso dell’articolo è un altro. Palmisano parla dei troppi personaggi che si aggirano nelle pieghe dell’ambiente startupparo col solo scopo di drenare risorse senza apportare valore. Ce ne sono tanti, tantissimi, te l’assicuro. Gente che non ha idee né capacità né, talvolta, ambizioni per fare qualcosa di davvero utile e innovativo ma sa che con un pitch ben studiato può trovare il modo di pagarsi lo stipendio da “CEO” per un paio d’anni a spese di Pantalone. E quando la microazienda va a gambe all’aria ricomincia daccapo con un’altra idea sconclusionata che non serve a nessuno

  11. Bell’articolo, ma secondo me sbaglia nelle conclusioni, in cui mette tutti quei provvedimenti per le aziende “normali” in antitesi al mondo delle start-up, quando invece vanno a braccetto. Le start-up sarebbero una ottima occasione per le persone altamente qualificate che vogliono restare in Italia. Però visto il fisco, la disorganizzazione, l’arretratezza, i (credo) pochi investimenti pubblici e privati, molto meglio andare in altri hub europei (Londra, Helsinki, Eindhoven).

  12. Come altri, concordo sull’analisi di base del fenomeno, ma non con considerazioni e conclusioni, e soprattutto con la contrapposizione (un po’ forzata) tra startup ed azienda “tradizionale”.

  13. Complimenti per l’articolo io ho lavorato per un noto incubatore della provincia di Treviso per anni ho solo visto idee copiate da altri, zero talento e tanti soldi da investire in immagine e pubblicità, tanto per cercare ancora soldi e investitori.. Tanto tanto fumo.. Un bel articolo su come funzionano veramente gli incubatori italiani lo leggerei volentieri.. Giri di fatture a km 0.. E poi vogliamo fare i Mentor.. Si ma dei buffoni.

  14. Condivido a tal punto che potrei aver scritto io l’articolo. Ho lavorato nel giro delle startup e so che il tasso di mortalità è fisiologicamente elevato, che un certo livello di dispersione delle risorse è inevitabile (e previsto) e che non tutte le ciambelle riescono col buco quando si fa innovazione e ricerca, ma ogni tanto qualcuno semina l’idea giusta e qualcosa germoglia. Poi però ho visto il lato oscuro dell’italianità insinuarsi nel ricco paniere dei finanziamenti a fondo perduto e sono scappato. Analfabeti tecnologici che si atteggiano a Zuckerberg, aziende che dopo dieci anni di attività ancora si definiscono “startup” per mietere finanziamenti, nepotismi, interessenze, “incubatori” che campano facendo gli affittacamere a 500 euro al mese per una scrivania ed un’adsl e millantando entrature nei fondi, “imprenditori seriali” che saltano da un progetto chiaramente fallimentare all’altro solo per mettere a budget il proprio stipendio da “CEO” finanziato da qualche bando pubblico… Uno scenario desolante. La Silicon Valley all’amatriciana, tanto per cambiare.

  15. Sei un demente. Scrivi come una capra e non sai di cosa parli. Sicuramente ti senti un intellettuale perché hai un blog di merda ma oltre a parlare male l’italiano e utilizzare 3 parole in inglese a caso non c’é niente. Vai a lavorare bestia

  16. Il vero nocciolo della questione sta nei dati: pensare che un tizio dietro la tastiera di un pc possa tirare fuori l’idea che rivoluzionerà il mondo è aberrante. Per l’amor di dio, c’è forse ancora spazio per un nuovo fenomeno alla Candy Crush, ma l’innovazione (quella vera) è nella componentistica industriale, nei materiali, nelle tecniche produttive… insomma, nel buon vecchio hardware, nello sporcarsi le mani, non nel posare il proprio sedere dietro una scrivania con il cartellino “CEO”.

  17. Stai mettendo a confronto lo stereotipo del 20enne che mette su una startup con lo stereotipo della grande impresa mai fallita.

    Peccato che siamo in un’italia in cui quello stereotipo dello startupparo è quello che dopo 2 anni di fallimenti va a lavorare come dipendente per la tua amata grande impresa, e la grande impresa dopo anni di fallimenti lo metterà in cassa integrazione .

    E poi diciamocelo, non sei un po’ incoerente con te stesso? hai il coraggio di definirti un grande imprenditore?
    Vendi marketing automation alle startup che tanto critichi.

    1. Ho un blog, pago dominio e relativo hosting e non ho bisogno della tua approvazione. Tantomeno che tu legga queste pagine.

      Prima di levarti da qua, magari mi fai anche vedere con uno screenshot dove mi autodefinisco “grande imprenditore”?

  18. Beh, del resto il guru degli startuppers italiani è Riccardo Luna, uno che CHISSACOME è passato dal fondare e dirigere “Il Romanista”, quotidiano il cui scopo era informare i tifosi su cosa avevano mangiato a colazione Totti e De Rossi, alla direzione di Wired, che dovrebbe essere, condizionale d’obbligo, la testata di riferimento per quel settore.

    Solo una piccola correzione: CEO e Founder sono troppo banali, su Linkedin gli startupper/bimbiminkia si definiscono “Entrepreneur”, quello sì che è un titolo che fa fico sfoggiare in Zona Tortona.

    E sì, una volta c’erano gli “imprenditori”, ma oramai son spariti tutti…

  19. articolo molto chiaro, complimenti, da questo mi sono letto tutto il tuo blog, punti di vista davvero imparziali ed interessanti.

    sull’ articolo c’ è un solo errore però…

    “Parlo di moderni Nanni Moretti che al posto di “faccio cose, vedo gente” esordiscono alle feste con “faccio pitch, vedo angels” e finiscono col mettere in ridicolo il “fare impresa” nella sua vera accezione.”

    non è nanni a fare cose e vedere gente…

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